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D. Scalea sul debito pubblico italiano a Class CNBC e IRIB 26 agosto 2011

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Fonte: “Eurasia

 

Italia :::: Redazione :::: 23 agosto, 2011 :::: Email This Post   Print This Post

D. Scalea sul debito pubblico italiano a Class CNBC e IRIB

Il nostro redattore Daniele Scalea, segretario scientifico dell’IsAG e saggista (autore de La sfida totale e co-autore con Pietro Longo di Capire le rivolte arabe), negli ultimi giorni è stato invitato a commentare la crisi del debito pubblico italiano presso la rete televisiva Class CNBC e quella radiofonica Radio Italia (IRIB). Riportiamo di seguito le trascrizioni d’entrambi i suoi interventi.

 

Scalea ha partecipato su Class CNBC alla trasmissione “Il debito dell’Europa”, condotta da Francesco Guidara e trasmessa in diretta alle ore 16.10 di oggi, martedì 23 agosto. Ospite in studio Alberto Mingardi, direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni, collegato telefonicamente Giorgio Benvenuto, ex segretario del PSI e presidente della Fondazione Bruno Buozzi.

Intervenendo in collegamento telefonico, Daniele Scalea ha dichiarato:

 

Vi sono due prospettive da cui è possibile osservare la questione delle privatizzazioni: una economico-finanziaria, ed è quella finora adottata nel dibattito; l’altra strategica. Per ragioni di competenza (e speculare incompetenza) io mi concentrerò su quest’ultima, ma non posso esimermi da una breve incursione nel dominio dell’economia. Dimostrando che le privatizzazioni non possono avere un effetto salvifico rispetto al problema del debito, si rafforza le liceità dell’approccio strategico.

Bene: prendiamo il caso dell’Italia stessa. Nel 1980, data che possiamo convenzionalmente assumere come inizio delle privatizzazioni, il rapporto debito pubblico / PIL era al 55%. Nel 1991, ultimo anno dell’ultimo governo Andreotti, il rapporto è al 98%. Si è alla vigilia della stagione dei governi tecnici e del grande ciclo di privatizzazioni. Ma nei vent’anni seguenti, il rapporto debito/PIL raggiunge il massimo nel 1994, col 121,8%, e come minimo non scende al di sotto del 103,6% del 2007, chiudendo il 2010 al 119%. La situazione del debito è dunque peggiorata, dal 1991 ad oggi, malgrado un decennio almeno di privatizzazioni.

L’Istituto Bruno Leoni ha individuato 20 società di proprietà pubblica o a partecipazione statale da dismettere, prevedendo un incasso pari a 102 miliardi. Questa cifra rappresenta solo una frazione del debito pubblico italiano, poco più del 5%.

Lungi da un’opposizione di principio alle privatizzazioni, bisogna però chiedersi se, per ottenere risultati tanto limitati, valga la pena rinunciare ad imprese strategiche come l’ENI – che cura l’approvvigionamento energetico d’un paese come l’Italia che di risorse energetiche è drammaticamente privo – come Finmeccanica – azienda di rilievo internazionale nella produzione d’armamenti – e come le Poste – che nell’ultimo periodo hanno cominciato ad operare nella collezione del risparmio. Lo stesso Luca Cordero di Montezemolo (non certo sospettabile d’ostilità verso il liberalismo) in una recente intervista al “Corriere della Sera” ha auspicato la privatizzazione ma delle “industrie non strategiche”.

 

L’intervista con l’IRIB è stata realizzata alcuni giorni fa. Eccone la trascrizione integrale:

 

Signor Scalea, come giudica la situazione economica italiana?

 

Direi che si debba innanzi tutto distinguere tra la situazione economica e quella finanziaria. L’Italia rimane ancora uno dei primi paesi al mondo per quanto riguarda il prodotto interno lordo, malgrado il declino degli ultimi decenni. La situazione finanziaria, del debito pubblico, è invece molto più grave. Il quadro generale è dunque piuttosto negativo, anche perché l’Italia negli ultimi decenni ha affrontato un processo di finanziarizzazione e deindustrializzazione che ne ha minato la base produttiva, per quanto continui a difendersi quello che negli ultimi quarant’anni ha rappresentato il nerbo dell’economia italiana, ossia la piccola e media impresa. Ma la situazione più grave è nelle casse pubbliche, per un debito che si è creato fin dagli anni ’70. Esso è nato in concomitanza con le riforme, che erano dovute per creare uno Stato sociale in linea con quello degli altri paesi europei, ma che in Italia ha visto probabilmente eccedere negl’investimenti non produttivi e negli sprechi. Queste riforme hanno coinciso con la fine del “miracolo economico”, quindi il rallentamento della capacità dell’industria d’assorbire la manodopera, crescente in una fase di incremento demografico. Perciò, nel quadro della creazione dello Stato sociale si è teso a costruire un apparato burocratico più ampio di quello di cui effettivamente aveva bisogno l’Italia, pur di assorbire la disoccupazione anche in maniera non produttiva.

Sono già state fatte delle riforme per diminuire il numero d’impiegati pubblici: rispetto ad altri paesi europei, come la Francia, l’Italia oggi ha meno dipendenti statali in rapporto alla popolazione. Ma di sicuro il problema italiano sta anche nella qualità e nell’efficienza: al di là del numero d’impiegati, sovente gl’investimenti – soprattutto statali – non hanno un ritorno accettabile e tendono a consumarsi nello spreco.

Il problema fondamentale dell’economia italiana risiede dunque in questo: che l’Italia assorbisca una parte cospicua della ricchezza nazionale tramite le tasse, ma una grossa fetta del denaro così raccolto, anziché essere tramutato in servizi per la popolazione e per le imprese ed in investimenti produttivi (ad esempio per le infrastrutture), va ad alimentare un “sottobosco” di sperpero formato da una classe politica elefantiaca, probabilmente anche un certo numero di dipendenti pubblici in esubero, e sicuramente finanziamenti a pioggia e non troppo cristallini ad una miriade di enti non sempre di chiara utilità.

 

Secondo lei il Governo ha fatto dei passi verso il miglioramento di questa situazione?

 

Alcune misure sono probabilmente incoraggianti: ad esempio una prima diminuzione di “poltrone” politiche tramite il taglio della province e l’accorpamento di comuni. Va però notato che si parla di un intervento molto limitato: lungi dall’abolire tutte le province, come si prometteva pochi anni fa, oggi in una situazione di maggiore emergenza se n’è tagliata solo qualcuna.

Un altro problema della manovra finanziaria è quello che – forse per la fretta con cui è stata realizzata – prevede tagli salomonici, basandosi su criteri puramente quantitativi e non qualitativi. Una delle regioni più colpite dalla soppressione di province e comuni è il Piemonte, che pure ha un numero di dipendenti regionali molto inferiore ad altri regioni, come la Sicilia, che però sono risparmiate dai tagli pur essendosi distinte per lo sperpero di denaro pubblico.

La stessa logica del non distinguere tra “virtuoso” e “vizioso” soggiace alla scelta di rinunciare alla patrimoniale per imporre una sovrattassa oltre un certo reddito: si colpisce chi già paga le tasse risparmiando gli evasori, intere categorie sociali in cui l’evasione è molto diffusa.

 

Quali scelte possono cambiare l’attuale situazione economica?

 

Il nostro problema è che abbiamo un debito pubblico tra i più alti del mondo, sia in termini assoluti che in rapporto al PIL, e a differenza degli USA non possiamo stampare liberamente moneta controllando la banca centrale ed avendo la valuta di riserva mondiale. L’Italia deve fare i conti con una moneta amministrata da un’entità esterna (la BCE), con perciò tutta una serie di limitazioni: la più ovvia, l’impossibilità di svalutare per aumentare le esportazioni e scaricare il debito in inflazione.

Realisticamente, l’Italia non è in grado di ripagare questo debito. Dagli anni ’90 si taglia la spesa pubblica e il sociale, si è praticamente fermi con gl’investimenti infrastrutturali (qualche linea di TAV a parte), si ha una pressione fiscale esageratamente alta che deprime le capacità produttive del paese.

A mio parere, l’unica possibilità che avrebbe ora l’Italia è di seguire le orme dell’Argentina: ristrutturare il debito per commisurarlo alle effettive capacità di ripagarlo. Se anche l’Italia dovesse riuscire a ripagare tutto il suo debito nel giro di qualche decennio, si tratterebbe di decenni senza sviluppo, al cui termine il nostro paese oscillerebbe tra il “secondo” ed il “terzo mondo”.

Valutiamo invece il caso dell’Argentina, che nel 2005 ha ristrutturato il debito. Nel 2004 era un paese non solo in bancarotta, ma con una popolazione sotto la soglia di povertà pari a quasi il 45% di quella totale – malgrado quella della nazione sudamericana fosse una realtà storicamente d’alto reddito pro capite. In cinque anni, dopo la ristrutturazione del debito, l’Argentina è riuscita ad abbattere la povertà al 14%, ha avuto una crescita del PIL “cinese” (9% l’anno, 7,5%% nel 2010 dopo la crisi mondiale). Confrontiamola con la Grecia, che invece sta cercando di ripagare interamente il suo debito (come sembra intenzionata a fare pure l’Italia): il reddito pro capite sta calando dal 2007 (in Argentina è aumentato di quasi un quinto dal 2005 ad oggi), un quinto della popolazione è sotto la soglia di povertà, il PIL è sceso nel 2009 del 2% e nel 2010 del 4,5%. Una situazione economica tragica in cui l’Italia rischia di trovarsi molto presto.

Daniele Scalea: “In Libia la guerra proseguirà ancora a lungo” 26 agosto 2011

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Libia :::: ASI / Fabio Polese :::: 25 agosto, 2011 :::: Email This Post   Print This Post

Daniele Scalea: “In Libia la guerra proseguirà ancora a lungo”

Fonte: “Agenzia Stampa Italia

 

In Libia la guerra proseguirà ancora a lungo”

Fabio Polese intervista Daniele Scalea

(ASI) Agenzia Stampa Italia ha incontrato Daniele Scalea, segretario scientifico dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG), redattore della rivista di studi geopolitici Eurasia, autore de “La Sfida Totale” e co-autore, insieme a Pietro Longo, di “Capire le rivolte arabe”.

 


E’ sempre più difficile ottenere notizie indipendenti su quello che sta succedendo in Libia. I media mainstream rimbalzano la notizia di una Libia liberata dal Rais Muhammar Gheddafi. Cosa sta succedendo e chi c’è dietro questa rivolta?

Sta succedendo che, dopo l’assassinio del generale Younes (comandante militare del CNT) da parte degli estremisti islamici, il fronte dei ribelli si è spezzato. La NATO, nel timore che la missione si concludesse con un clamoroso insuccesso, ha preso in mano la situazione e, con l’ausilio di ribelli islamisti in loco ma principalmente servendosi delle sue forze speciali, di mercenari stranieri e d’intensissimi bombardamenti aerei, è riuscita a conquistare Tripoli. I governativi hanno opposto una fiera resistenza, ma ormai appaiono quasi completamente debellati nella capitale.

Tuttavia, ritengo che la situazione in Libia sia ben lungi dal potersi considerare stabilizzata. La guerra, a mio giudizio, proseguirà ancora a lungo, sebbene i media occidentali la proporranno da oggi in poi come “lotta al terrorismo” o qualcosa di simile. Il punto è che i vertici del Governo libico sono stati scacciati da Tripoli, ma non eliminati. Ed allo stato attuale possono contare ancora sul controllo di molte città e l’appoggio della maggior parte delle tribù. Certo possibili mediazioni e corruzioni potrebbero far deporre le armi ai lealisti, ma bisogna rendersi conto che, dopo Gheddafi, il quadro libico risulterà ancor più frastagliato e confuso. Lui è l’elemento di stabilità nel paese, ed il CNT è ancora un’entità poco rappresentativa e che riunisce componenti molto, troppo eterogenee al suo interno (dagli ex affiliati a Al Qaeda ai liberali espatriati negli USA). Inoltre, il ruolo decisivo delle truppe straniere nella vittoria della battaglia di Tripoli (ed eventualmente della guerra civile) non farà che ridurne il prestigio presso la popolazione ed i capitribù.

La caduta di Tripoli, in realtà, aumenta il rischio di fare della Libia una nuova Somalia. La soluzione negoziale che sembrava stesse uscendo dagl’incontri di Djerba avrebbe garantito un futuro migliore tanto al paese quanto alla regione mediterranea. Ma, evidentemente, non è questo l’obiettivo dell’alleanza atlantica.
Ieri per la prima volta fonti della difesa britannica hanno confermato che uomini dei S.A.S. – i corpi d’elite britannici – sono da settimane in Libia dove hanno avuto un ruolo chiave nella presa di Tripoli. Cosa potrebbe succedere nel “dopo regime”? Verrà inviata una missione di peacekeeping internazionale o il mantenimento della sicurezza verrà affidato al Consiglio di Transizione Nazionale libico?

Le truppe straniere – atlantiche e delle monarchie arabe – sono già nel paese, e dunque non se ne andranno. Il CNT, per quanto visto finora, non è in grado di assumersi l’onere di stabilizzare il paese. Credo che l’invasione di Tripoli abbia segnato una svolta nella guerra di Libia: la sua trasformazione in una vera e propria invasione ed occupazione straniera del paese. Anche se, ovviamente, le parti in causa eviteranno di chiamarla per il suo vero nome. Minimizzeranno il ruolo dei soldati stranieri nel conflitto, e non parleranno più di guerra, ma di lotta del nuovo governo (plausibilmente un governo fantoccio degli occupanti) contro i resti del passato regime per pacificare il paese.

Il portavoce del ministero degli esteri cinese ha dichiarato: “Sappiamo dei recenti cambiamenti nella situazione libica e chiediamo il rispetto della scelta del popolo della Libia. La Cina è pronta a cooperare con la comunità internazionale per giocare un ruolo attivo nella ricostruzione della Libia”. Che ruolo potrebbe avere la Cina – sempre attenta alle vicende globali – nel post Gheddafi?

La Cina si comporta sempre allo stesso modo: non rifiuta il dialogo con nessuno, non ingerisce negli affari interni di nessuno. A Pechino sarebbe stata bene la permanenza al potere di Gheddafi; ora sta bene l’insediarsi del CNT. Il suo unico interesse è tornare a commerciare al più presto con la Libia, convinta che l’amicizia del paese nordafricano s’otterrà coi rapporti economici e finanziari.

Fra pochi giorni ricorre l’anniversario della firma del trattato di amicizia Italia-Libia. Il trattato è stato sospeso unilateralmente e l’Italia ha preso parte all’attacco militare della NATO. Quali effetti economici e strategici ha portato e porterà per l’Italia questo cambiamento?

In questo momento il ministro Frattini, tra i principali artefici dell’intervento italiano contro la Libia, sta godendosi il suo momento di gloria: alla fine la fazione scelta pare abbia vinto la guerra, e promette di non rivedere in negativo i rapporti con l’Italia. Il fatto che tali risultati si siano ottenuti con un plateale ed indecoroso voltafaccia e tradimento, basterebbe già da solo ad invitare a non fregarsi troppo le mani. Ma il gongolare è ancor più ingiustificato perché, purtroppo per Frattini e per l’Italia, difficilmente i suoi sogni si realizzeranno. La Libia rimarrà a lungo instabile, in preda a scontri intestini. Il flusso di petrolio e gas riprenderà ma in maniera meno regolare che in passato. E gli architetti della guerra e del cambio di regime – Gran Bretagna, Francia e USA – non lasceranno certo che l’Italia continui a godersi la fetta più grossa della torta libica.

Contemporaneamente a quello che sta accadendo in Libia si è parlato spesso della situazione in Siria. Nei telegiornali scorrono esclusivamente le immagini di quella che, dagli occidentali, è stata chiamata “rivoluzione siriana”. Secondo lei, è vicina una risoluzione ONU contro il governo di Bashar al-Assad? E come potrebbe reagire la Russia che ha l’unica base militare nel Mediterraneo proprio in Siria?

Questa è una previsione molto più difficile da fare, poiché vi sono segnali contrastanti. Da un lato, il successo finale (o percepito tale) dell’attacco alla Libia potrebbe suggerire alla NATO di ripetere l’esperimento in Siria. D’altro canto, la Libia potrebbe trasformarsi in un grattacapo ancora maggiore, e di lunga durata, se come ho ipotizzato le truppe straniere dovessero stabilirvisi per pacificarla (ecco perché il ministro La Russa ha auspicato lo stanziamento di soldati africani e arabi, anziché europei e nordamericani). Inoltre, in Siria sembra apparentemente passato il momento peggiore per il governo: ha concesso riforme importanti, gode dell’appoggio della maggioranza della popolazione (perché anche il grosso dell’opposizione è ostile alla lotta armata ed all’intervento straniero), è riuscita a reprimere le insurrezioni armate, per quanto permangano ancora focolai di violenza, spesso alimentati da oltreconfine. Le monarchie autocratiche del Golfo faranno pressione per un intervento della NATO in Siria, perché sperano di instaurare – come in Libia – una nuova monarchia islamista, e di sottrarre un alleato all’Iran. La Russia, a rigor di logica, dovrebbe opporsi ad un nuovo tentativo d’erodere la sua influenza nel mondo, ma l’atteggiamento arrendevole l’ha già portata a piegarsi più volte, soprattutto quando la posta in palio si trovava al di fuori dello spazio post-sovietico.

Morire per il debito? 18 agosto 2011

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Fonte: “Eurasia” (sito)

 

Italia :::: Daniele Scalea :::: 15 agosto, 2011 :::: Email This Post   Print This Post

Morire per il debito?

Alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, il socialista francese Marcel Deat si chiedeva se valesse la pena “morire per Danzica”. Parafrasando le sue parole, oggi gl’Italiani dovrebbero domandarsi se valga la pena “morire per il debito”. Perché la sorte che si profila per il nostro paese è tutt’altro che rosea. A meno di prendere scelte coraggiose che possono cambiare il corso della nostra storia…

 

Il recente attacco speculativo allo Stato ed alle banche italiane ha portato, per riprendere la formulazione ripetuta da molti commentatori, ad un commissariamento del nostro paese da parte di potentati esteri. La Banca Centrale Europea (BCE), d’accordo con USA, Francia e Germania, ha cominciato ad acquistare titoli di debito pubblico italiano sul mercato, ma chiedendo in cambio pesanti contropartite.

La “politica di risanamento” che la BCE pretende dall’Italia nasconde dei palesi secondi fini, e non potrebbe essere altrimenti vista la regia – neppure tanto occulta – di potenze estere nella vicenda. L’ormai famosa lettera di Jean-Claude Trichet e Mario Draghi a Berlusconi è rivelatrice in tal senso. Il duo rappresentante della BCE avrebbe infatti indicato come misura prioritaria la privatizzazione del patrimonio pubblico italiano.

Ora, non esiste un singolo esempio storico in cui le privatizzazioni abbiano portato ad una significativa riduzione del debito d’uno Stato. Il caso italiano dei primi anni ’90 è significativo. Allora lo Stato procedette, tra le altre cose, alla dismissione di una mega-corporazione industriale-finanziaria, l’IRI: la settima maggiore società al mondo per fatturato, che a lungo era stata la più grande azienda al di fuori degli USA. Ebbene, l’erario incassò in totale 198.000 miliardi di lire, pari ad appena l’8% del debito pubblico (2.500.000 miliardi di lire). Se sollievo vi fu, fu di breve durata, perché oggi il debito pubblico italiano è di oltre 1.900 miliardi di euro, ossia quasi 3.700.000 miliardi di vecchie lire.

Mario Draghi dovrebbe conoscere bene questo caso, dal momento che all’epoca delle privatizzazioni degli anni ’90 era direttore generale del Tesoro e partecipò alla tristemente nota riunione sul panfilo “Britannia” di Sua Maestà la Regina d’Inghilterra. Dovrebbe ricordarsi anche di come le privatizzazioni (che già erano cominciate negli anni ’80) abbiano portato, alfine, al declino industriale dell’Italia. Infatti, cosa rimane oggi di quell’Italia in cui la Olivetti produceva calcolatori elettronici (oggi noti come computer, proprio perché noi uscimmo anzitempo dal settore lasciandolo in mano agli anglosassoni) o in cui la Montedison era all’avanguardia nella sperimentazione degli organismi geneticamente modificati? Queste amare considerazioni potrebbero spingerci a farne d’ancora più aspre circa la scelta del governo Berlusconi di barattare con Sarkozy la Libia e la Parmalat pur d’avere il via libera francese alla nomina di Draghi a prossimo presidente della BCE: in tempi non sospetti notevamo che l’ex dirigente di Goldman Sachs appare più vicino alla finanza anglosassone che al sistema economico italiano.

Ma se le privatizzazioni sono inefficaci, perché Trichet e Draghi, ma anche le cosiddette “parti sociali” italiane (Confindustria e sindacati), pongono l’enfasi su di esse? Probabilmente perché rimangono oggi alcuni bocconi ghiotti, aziende solide ed in attivo come ENI, Finmeccanica e Poste Italiane. Aziende che sono però strategiche per lo Stato italiano, perché operative, rispettivamente, in settori come l’approvvigionamento energetico, la produzione d’armamenti, la banca e le comunicazioni.

Al di là della preoccupante prospettiva di perdere il controllo d’industrie strategiche, lasciando in futuro settori vitali dell’economia e della potenza italiana in mano altrui, la “politica di risanamento” impone altri pesanti oneri e sacrifici alla società: la finanziaria recentemente annunciata dal Governo ne è un chiaro esempio.

La logica, ancora una volta, è quella di spostare la ricchezza dai produttori agli speculatori, ossia dai cittadini lavoratori ed imprenditori alle banche ed ai giocatori di borsa, dal profitto e dai salari alla rendita. È la stessa logica insita nel quantitative easing perseguito negli USA, ma risponde ad una tendenza di più lungo periodo, quella della finanziarizzazione dell’economia occidentale, in cui per l’appunto la rendita e la speculazione hanno preso il sopravvento sull’economia reale e produttiva. Il professore Steve Keen, economista australiano, ha parlato del «più grande trasferimento di ricchezza della storia». L’economista statunitense Dean Baker ha scritto di una «massiccia redistribuzione del reddito agli azionisti ed agli alti dirigenti delle banche». Gli economisti Hossein Askari e Noureddine Krichene hanno affermato che «il potere d’acquisto è sottratto a lavoratori, pensionati e correntisti e donato a debitori e speculatori».

Non si tratta solo d’un problema di equità o iniquità, ma anche di efficienza e pragmatica. Gli stessi padri del liberismo, gli economisti politici classici dell’Inghilterra sette-ottocentesca, sottolineavano il ruolo negativo giocato dalla rendita nella crescita economica. Politiche che favoriscono la rendita sul profitto e sul salario, la speculazione sulle attività produttive, sono del resto cominciate ben prima della crisi del 2008, in parallelo con la finanziarizzazione (e deindustrializzazione) dell’economia occidentale.

Misure di “risanamento” che, per salvare speculatori e rentier, colpiscono i produttori, finiscono col dilapidare il capitale umano della nazione. Pensiamo ai tagli al sociale: un cittadino meno istruito e meno sano apporta minore beneficio alla nazione. Inoltre, il pericoloso sommarsi di riduzione dei servizi ed aumento della pressione fiscale genera malcontento, ed i recenti esempi dei paesi arabi, dell’Inghilterra e della Francia dovrebbero far suonare un campanello d’allarme. L’inasprirsi del conflitto sociale e l’esplodere di tumulti raramente è una buona notizia per un paese, quasi mai lo è per la sua economia.

Inoltre, la diminuzione della spesa pubblica può incidere negativamente, oltre che sui servizi, anche sugl’investimenti produttivi, come la costruzione di nuove infrastrutture. Non si vuol qui negare l’opportunità di ridurre la spesa pubblica, ma si contesta che, lungi dal puntare agli sprechi, si opti per tagli salomonici, e che le ristrettezze di bilancio siano dettate e commisurate agl’interessi da pagare ai rentier.

Il rischio è che, se tra qualche decennio l’Italia avrà interamente pagato il suo debito, l’avrà però fatto a costo dell’immobilismo e della stagnazione, ritrovandosi così retrocessa nel “secondo mondo”, o addirittura più indietro.

Alternative possibili ci sono, benché se ne parli di rado. Salvatore Cannavò è uno dei pochi giornalisti ad averne proposta una: ricorrere alla tesi del “debito illegittimo” dell’economista francese François Chesnais per disconoscere o rinegoziare una parte del debito, come fatto dall’Ecuador nel 2007. Nel 2005 l’Argentina fece di più, ristrutturando per intero il proprio debito: ossia rinegoziando gl’importi e gl’interessi coi creditori, di fronte all’oggettiva impossibilità di ripagarlo per intero. Si tratta di provvedimenti più moderati del puro e semplice “default sovrano” (ossia la bancarotta e la cancellazione tout court del debito), ma non meno efficaci.

Ristrutturare il debito non ha avuto che effetti benefici sui paesi che l’hanno fatto. L’Ecuador nel 2008 fece segnare una crescita record del PIL per il paese, pari al 6,5%, ed anche dopo il duro colpo della crisi mondiale oggi cresce d’oltre il 3% l’anno. Dal 2006 ad oggi il PIL pro capite del paese è cresciuto d’oltre il 70%, e la popolazione sotto la soglia di povertà è diminuita di quasi il 15%. In Argentina la crescita del PIL post-ristrutturazione si è assestata attorno al 9% e, dopo il rallentamento in coincidenza con la crisi mondiale, è tornata al 7,5%. Il reddito pro capite dal 2004 ad oggi è cresciuto di quasi un quinto. Dal 2004 al 2010 la popolazione sotto la soglia di povertà è passata dal 44,3% al 13,9%.

A titolo di raffronto, dal 2004 in Italia il reddito pro capite è aumentato solo del 10%, il PIL è cresciuto, quando è cresciuto, di poco più dell’1% all’anno. Nella Grecia catturata dalla spirale debitoria un quinto della popolazione vive sotto la soglia di povertà, il reddito pro capite è in calo dal 2007, il PIL è sceso del 2% nel 2009 e del 4,5% nel 2010.

Alla luce di questi dati, non resta che da domandarsi: chi vuole imitare l’Italia? La Grecia e le sue ferali prestazioni economiche, oppure l’Argentina che, sgravatasi dal peso del debito pubblico, sta crescendo a ritmi “cinesi”?

 

 

* Daniele Scalea è segretario scientifico dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) e redattore della rivista “Eurasia”. È autore de La sfida totale (Roma 2010) e co-autore (con Pietro Longo) di Capire le rivolte arabe. Alle origini del fenomeno rivoluzionario (Dublin-Roma 2011).